Istituto Comprensivo Comunanza - AP


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ulisse

RIVISITIAMO IL MITO DI ULISSE
anno scolastico 2005/06 Classe 1/B
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IL CAMMINO DELLA VITA


Caduta Troia, s’incamminò per terre sconosciute.
Volendo penetrare il mistero e l’ignoto, Ulisse si lanciò verso un folle volo.
Passò per il paese dei Ciconi e per la terra dei Lotofagi.
Qui, essendo stanco, rimase una notte. La mattina seguente, al risveglio, vide un sole diverso, diverso da tutti gli altri giorni; nuvole morbide rispecchiavano i tenui raggi.
Il cielo era luminoso ed Ulisse decise di andare verso quel sole, pieno di speranza. Partì seguendo animosamente quella luce.
Il sole era infinito, com’era infinita la sua brama di scoprire cosa vi fosse oltre.
Quella luce che lo aveva trasportato stava per spegnersi, come anche la speranza di aver trovato la terra dei suoi sogni.
Era arrivato all’antro del Ciclope.
Sente un rumore pesante di passi; da un’enorme caverna esce un uomo di smisurata grandezza, dal volto terribile e con un occhio solo, che guardava fissamente Ulisse.


Gigante dall’occhio solo. “Chi sei. Che cerchi in questi luoghi dove la tua specie era incognita ?”.

Ulisse
. “Sono Nessuno e vado alla scoperta dei misteri e del senso della vita, sfidando la Natura e
facendo esperienza di quasi tutti i paesi
”.

Il cielo improvvisamente si oscurò riempiendosi di saette. Lì la Natura si rivelò “nemica scoperta degli uomini …”.
2
Riuscito a scappare, si ritrovò nella fantastica pianura Eea. Circondato dal verde delle colline e dal profumo di novelli fiori, incontra la maga Circe, che cerca di trattenerlo presso di sé; ma un canto remoto, indefinito e soave trascinò Ulisse in altre terre ostili e piene di insidie, mentre il saggio Tiresia da lontano gridava il suo inquieto destino.
Ormai vecchio e tardo, canuto, malato, seminudo e scalzo con un gravissimo peso sulle spalle, Ulisse corre via, corre, si affatica e si affretta sempre più, senza riposo o consolazione, ferito e sanguinante, finché arriva là dove il suo cammino fu rivolto.
3


1 Dal “Dialogo della natura e di un islandese” di Giacomo Leopardi.
2 Ibid.
3 Dal “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” di Giacomo Leopardi.

Da Hieronymus Bosch
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ODISSEO: UN GIOVANE ANTICONFORMISTA


Incontrammo quello che i Greci chiamano Odisseo nelle acque tirreniche.
Lo vedemmo silenzioso e canuto reggere la corda della vela, spiando gli implacabili venti con l’occhio aguzzo e vigile.1
Non si era insuperbito per i doni ricevuti dal re dei Feaci; il suo indomato spirito ed il “doloroso amore” della vita lo avevano sospinto al largo, lontano da tranquille comodità.
2
Aveva navigato per anni ed anni contro-corrente, non eludendo i rischi e non conformandosi servilmente alla volontà altrui.
Ancora giovane Odisseo aveva fermamente rifiutato un invito a cena da parte di Poliscemo, ragazzo palestrato, aggressivo ed irascibile col vizio del bere, del fumo e del gioco, ma dalla “vista” assai debole.
Sbarcato sull’isola Porcellina, Odisseo era riuscito a scappare alle insidie della maga Ciccinsoddisfatta, sciocca giovincella sempre all’ultima moda col vizio della gola, della gelosia e delle grandi firme, che aveva tentato di trattenerlo presso di sé tra mille agi e frivolezze.
Sfuggito alle lusinghe e all’ira vendicativa di Iuppitermaff, ricco malavitoso che, con la promessa di facili e disonesti guadagni, reclutava giovani insicuri per azioni illecite, Odisseo scese nel regno delle ombre, curioso di conoscere il proprio futuro da Tiresia, saggio che molti giovani evitavano perché ormai vecchio ed erroneamente ritenuto inutile.
Tornato a riveder le stelle, Odisseo fu incantato dalle splendide voci di dieci sirene: “Ingiustizia”, “Stupidità” “Prepotenza”, “Invidia”, “Zizzania”, “Falsità”, “Ipocrisia”, “Corruzione”, “Vanità” e “Pigrizia”.
Fu lì lì per cadere vittima di così insani allettamenti, quando l’undicesima sirena, “Ragione”, allontanatasi coraggiosamente dal “gruppo” e rimasta pensosa in disparte, invitò Odisseo a non comportarsi da “bruto” e a continuare il viaggio seguendo “virtute e canoscenza”.
3


1 Cfr. GABRIELE D’ANNUNZIO,
L’incontro di Ulisse.
2 Cfr. UMBERTO SABA, Ulisse.
3 Cfr. DANTE ALIGHIERI, Inferno, canto XXVI.
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AVVENTURE 2006 di ULISSE-BERLUSCA

Conquistata la città di Milano, Ulisse-berlusca, con il suo equipaggio “FORZA ITALIA”, decide di far ritorno nella terra di cui era re: l’amata Sardegna.
Essendo tutto pronto per il ritorno in patria si mette in mare, quando all’improvviso si scatena una terribile tempesta, provocata dall’ira del dio dei venti,
D’eol-alema, il peggior nemico di Ulisse-berlusca.
Con i venti contrari, naufraga sulle coste laziali del Mar Tirreno. Dopo aver camminato per ore ed ore, avvista da lontano una “
sinistra” caverna: era la “sede” del … bbbrrrrrr… Polif-assino che, con i suoi “ROSSI”, andava propagandando: “…allo sfascio, catastrofe!!!”.
Astutamente Ulisse-
berlusca ed i suoi “AZZURRI” scapparono, ritentando di raggiungere la terra desiderata, ma una seconda procella li portò lontano, lontano, lontano; un vento “centro-sinistro”, proveniente “cantilenando” da Bologna e diretto a Palazzo Chigi, li spinse ad approdare sull’isola di Leti-circe.
Qui, trasformati in diligenti maialini, Ulisse-
berlusca ed i suoi amici sono costretti a seguire cinque lezioni di “BUON GOVERNO”.
Raggiunti tutti gli obiettivi, superato l’esame e ritrasformati in uomini,
Leti-circe li licenzia con il massimo dei voti.
Ormai maturi per affrontare il travagliato viaggio, si rimettono in cammino, decidendo, questa volta, di passare per il Quirinale, dove il saggio Tire-
ciampi li accoglie col responso-enigma:
CHI VINCERÀ ? ”.

Dopo mille avventure per terra e per mare, Ulisse-
berlusca ritorna travestito da mendico nella sua terra, dov’è riconosciuto solamente dal suo Fede-le cane.
Ai
Comunis-proci, che andavano vociferando “perderààà, perderààà, perderààà!”, dichiara di essere “il Cavaliere” dicendo: “mi si consenta… menzogne, menzogne, menzogne!!!…che spudoratezza!!!
VEDREMO AD APRILE !!! ”.


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Il viaggio del prof. Nessuno
nella scuola più bizzarra del mondo

Comunanza era una terra con pochi abitanti.
C’era lì
LA SCUOLA PIÚ BIZZARRA DEL MONDO.
Si stava concludendo una riunione di classe, quando UlisseProf, da tutti chiamato Nessuno, si mise a vagare di stanza in stanza, giungendo in un’aula interamente imbrattata di numeri; cominciò ad urlare e tutti si precipitarono da lui.
Non era successo niente, per adesso.
Ma… di lì a poco sarebbe arrivato PolifemoPrfofMatematica, arcifurioso.

Trascinato da un canto melodioso,
Nessuno incontra la prof. di Storia che stravede per Alboino
e richiama gli alunni in latino,
la prof. di religione che fa fare devote flessioni,
la prof. di ginnastica che insegna agili orazioni.

UlisseProf si incamminò verso un’aula tenebrosa e lì si imbatté nel terribile Polifemo. Prima di entrare nell’antro del Ciclope volle preparargli un inganno: una zuppa con un sasso poligonale, frazioni di salsicce piccanti e tante radici indigeste. PolifemoProfMatematica uscì dal suo antro e disse a Nessuno: “Che sei venuto a fare con quella zuppa?”e Nessuno rispose: “Sono qui venuto per farmi perdonare, assaggiala!!!”.

Polifemo accettò, morse il sasso e… forte, forte, forte gridò;
a gambe levate scappò via in un secondo,
perché questa è la scuola più bizzarra del mondo.
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Un viaggio di pace

Gerusalemme era una città desertica.
Vi aleggiava un odore di distruzione e di guerra; era una città pietrificata: tutto era immobile, i colori erano scuri e tenebrosi, colori di paura.
Un albero, segno di morte, si trovava al centro della città, quasi secco ormai da secoli; offuscava le menti. Dal tronco maledetto usciva un siero rossiccio che, toccato, aveva il potere di far perdere la memoria. A Gerusalemme regnava la notte e l’aria era afosa. Gli abitanti di questa città risiedevano in casupole molto malandate ed i briganti saccheggiavano spesso le loro abitazioni. La forza di umanità di Gerusalemme era stata ormai sopraffatta da una guerra che si combatteva da ben dieci anni sotto le mura della città stessa; ma la conquista non era ancora avvenuta.
Da una parte gli Israeliani, dall’ altra i Palestinesi.
Apparentemente l’albero sembrava privo di vita, ma si sentiva un odore di dolci sentimenti; dai rami secchi si sforzavano di nascere delle piccole foglie quasi verdi, simbolo di vita e di gioia; nello sforzo, però, sgorgava tanto sangue.
Un giorno, un bambino, di madre palestinese e di padre ebreo, sbucò fuori dall’ albero. Era solito divertirsi quotidianamente lì dentro, nascosto. Vi rimaneva per ore ed ore. Era il piccolo Ulisse, un bambino coraggioso, tenace, sicuro ed idealista. Quel piccolo bambino avrebbe desiderato far regnare la pace a Gerusalemme. Per questo, progettò di riunire un gruppo di amici e di costruire con loro una colomba multicolore.
Ad un certo punto Ulisse non fu più solo.
Giovani palestinesi e giovani israeliani si impegnarono nella costruzione di una colomba capace di illuminare i cuori.
Completata, la colomba fu condotta all’ interno della città.
Stava spuntando l’alba.
Ulisse ed i suoi amici non avevano incontrato grossi ostacoli nel convincere i guardiani a farsi aprire le porte. Appena dentro, si aprì un mondo nuovo, colorato e fantastico.
Luci rosse, rosa, bianche, azzurre, verdi, gialle, arancioni … si rincorrevano creando dei piccoli vortici che distribuivano amore, amicizia, gioia, serenità, tolleranza, giustizia e comprensione.
Era sorto un nuovo giorno.
Quella luce irradiava pace.
Ulisse ritornò a rivedere il suo albero, ora era vivo.
Questa volta, non vi si dovette nascondere. Ora era libero.

Una danza di suoni armoniosi e di dolci colori fu intrecciata da mille manine diverse ed amiche. Quel viaggio di pace si era concluso.

ARMONIA E LIBERTA’
LA PACE VINCERA’

APRITE I CUORI
LA PACE E’ FATTA DI COLORI

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IL VIAGGIO DI ULISSE
ALLA RICERCA
della
MEMORIA PERDUTA


Dopo un lungo ed estenuante viaggio, durato nove giorni e con destinazione ignota, Ulisse ed i suoi amici giungono davanti ad una spelonca: sovrastava il “Campo” del gigante PolifAdolf.
L’aria era acre ed in cielo si levavano orrende grida. A far da guardia alla grotta c’era un gigantesco cane tutto nero con denti affilatissimi: si chiamava Cerbero; ringhiando si nutriva dei ricordi e dei pensieri di chiunque capitasse in quel luogo. Accanto alla caverna c’era un albero secco e scortecciato con frutti sanguinanti.
Improvvisamente l’enorme masso, che fungeva da porta alla caverna, si spostò lentamente. Da lì uscì il gigante PolifAdolf con in mano una brocca. Si diresse verso l’albero, staccò uno dei suoi frutti e lo schiacciò, facendone uscire un liquido nerastro: l’odio.
Intanto Ulisse vide delle persone che stavano lavorando ed altre già morte, i cui corpi riempivano enormi stanzoni; riconoscendovi i volti dei propri genitori, Ulisse tentò a fatica di ricordare i momenti felici vissuti con loro, ma Cerbero cominciò a nutrirsene.
PolifAdolf si recò da Cerbero, che stava succhiando i pensieri di Ulisse, e, con una manata, afferrò i suoi amici, divorandoli. Ulisse approfittò della situazione, si introdusse nella caverna e vide un enorme calderone contenente la memoria dei morti.
Immediatamente, con passo pesante e marziale, giunsero davanti alla grotta tre bionde donne, vestite di color bruno, fornite di forbici. Erano le Parche-SS al servizio di PolifAdolf; avevano ricevuto l’ordine di “tagliare” la vita alle persone.
Ulisse intanto stava escogitando un piano per salvare i pochi vivi e la memoria ormai sul punto di morire. Nel frattempo PolifAdolf si stava avvicinando al calderone per versarci dentro l’odio.
In questo modo tutte le persone del mondo avrebbero dimenticato ciò che lì era stato e sarebbero state malvagie. Ulisse
velocemente prese un cavo e lo legò da una parte al calderone e dall’altra ad un piede di PolifAdolf. Il gigante spostò il
piede per chiudere l’entrata col masso e, così facendo, rovesciò il calderone.
La memoria fu libera.
PolifAdolf, infuriato, afferrò Ulisse e se lo avvicinò all’occhio-uncinato.
Sani pensieri alimentavano la mente di Ulisse, dalla quale uscì una luce così forte da accecare insieme PolifAdolf e le
Parche-SS.
Da questo momento il sole cominciò a risplendere e l’albero rifiorì. Anche Cerbero fu investito da un fascio luminoso,
diventando buono e tutto bianco; poi si accucciò dinanzi ad Ulisse che, salito sopra di lui con i pochi superstiti e con le
ampolline contenenti la memoria salvata, tornò in patria.

Era il 27 gennaio.

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Pensieri in libertà

In una terra remota giunse un giovane chiamato Odisseo,desideroso di scoprire perché lì gli abitanti non conoscessero il piacere di pensare senza timore ed in piena libertà.
In quel luogo, ai piedi di un altro monte, che pareva toccare il cielo, viveva il popolo dei Logofobici, che, ingordo di possedere la luna e credendo di potersene impadronire, cominciò invano, con passi frettolosi, a correre verso la cima.¹
Incuriosito da quella corsa fitta, fitta, fitta e da come tutti ruzzolassero giù per il monte,Odisseo, tra paura e curiosità, arrivò in cima.
Da qui quella terra gli sembrò tanto piccola, eppure stranamente tanto piena di mali.
“Altri fiumi, altri laghi, altre campagne…” Odisseo trovò lassù.²
Dal saggio Tiresia è condotto in un vallone, dov’è raccolto tutto ciò che in quella terra si era perso e che qui si era radunato.
In questo luogo Odisseo scorse una collina più grande di tutte le altre e ricoperta di ampolle di varia grandezza.
Vi mancava solo la pazzia, ma vi era ben chiuso un liquor leggero e facile a sfuggire: il pensiero.
Distrattamente Odisseo scivola su un’ampolla che emette un fortissimo ed odoroso calore: vi era imprigionata la felicità.
Trascinato da quella forza finisce in un’enorme e buia spelonca.
Un’ampolla tintinnava ripetutamente, quasi aspettasse lamentosa da secoli e secoli che qualcuno vi giungesse ad aprirla.
Ad un tratto a quel fragile suono…tin tin fin tin tin fin tin tin fin… si sovrappose un rumore cantilenante.
Eolo, avendo a cuore i desideri e le sorti di Odisseo, ordina ai venti di restituire agli uomini ciò che hanno di più caro: la LIBERTÀ.
Così i pensieri furono liberi di ritornare e quel popolo poté toccare la luna.

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¹Cfr.LUDOVICO ARIOSTO,
Le Satire
²Cfr. ID., L’Orlando Furioso.i


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